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Camille Saint Saens: Sonate per violoncello e piano; Chant saphique (Amadeus)

Camille Saint Saens: Sonate per violoncello e piano; Chant saphique (Amadeus) - Silvia Chiesa

Silvia Chiesa, violoncello


Maurizio Baglini, pianoforte


Sono coppia nell’arte e nella vita Silvia Chiesa e Maurizio Baglini, gli ispirati protagonisti di questa produzione Amadeus dedicata al camerismo raffinato e ancora poco conosciuto di Camille Saint-Saëns per violoncello e pianoforte. Cresciuta alle infallibili scuole di Rocco Filippini e Antonio Janigro, la violoncellista milanese ha collaborato con maestri quali Mario Brunello, Shlomo Mintz, Raina Kabaivanska, Pavel Vernikov. È stata diretta fra gli altri da Daniele Gatti e, con cura interpretativa e spiccata sensibilità, è stata affidataria di diverse prime esecuzioni assolute. Anche per il pianista pisano, perfezionatosi all’Accademia di Imola, la musica contemporanea rappresenta un input stimolante nel proprio impegno d’interprete. Ma in genere lo è il bisogno di sperimentare. Tant’è che il repertorio di Baglini – vincitore a 24 anni del World Piano Master di Montecarlo – copre ben quattro secoli di storia, con riferimenti importanti a Chopin suonato sia su pianoforte d’epoca che sulla tastiera moderna. Entrambi hanno già registrato per Amadeus: Silvia col Trio Italiano (n. 140, luglio 2001), la formazione con cui ha lavorato dal 1997 al 2002, e Maurizio col violinista Gabriele Pieranunzi, il violista Francesco Fiore e la violoncellista Shana Downs (n. 195, febbraio 2006).

Ma com’è condividere la musica col proprio partner?
Silvia Chiesa: «La musica ha sempre fatto parte della mia vita: non posso immaginare un compagno che non abbia il piacere di condividerla con me. Se sono poi nella condizione di poterla creare assieme a lui, il privilegio è totale. Questo non vuol dire che ci sia sempre un accordo perfetto».
Maurizio Baglini: «Per me è impossibile vivere un amore con una donna che non abbia talento e sensibilità musicali. A livello di pura collaborazione, lo stare insieme conferisce una dimensione
interpretativa altrimenti difficilmente raggiungibile: perché le intenzioni musicali hanno lo stesso peso specifico emotivo dei sentimenti che accomunano le due persone. Almeno, così è per noi due».


Mi dite ciascuno un pregio e un difetto dell’altro?
S. C. «Il difetto di Maurizio: è troppo bravo! Le qualità: una sensibilità musicale e una paletta timbrica – della quale sono gelosa – che lo rendono eccezionale».
M. B. «Il pregio fondamentale di Silvia è una comunicativa che riesce a coinvolgermi sempre, anche quando non mi sento ispirato. Con lei suono sempre con una maggiore libertà interiore rispetto a ogni altro tipo di situazione. Il difetto? Mi fa ragionare anche quando sono presuntuosamente convinto
di aver trovato una verità interpretativa».


Entrambi avete avuto una formazione con maestri di prim’ordine: cosa vi è rimasto di loro?
M. B. «L’Accademia di Imola, come percorso, dà una consapevolezza della dimensione professionale vera del pianista internazionale. La mia personale esperienza è stata segnata dall’apertura mentale e culturale impressa da Piero Rattalino. In senso complementare, Lazar Berman mi ha sviluppato la sensibilità al suono nelle grandi sale da concerto». 

S. C. «Grazie alla preparazione musicale e strumentale ricevuta da Rocco Filippini, col quale mi sono diplomata, ho potuto in seguito apprezzare appieno la raffinatezza, l’intelligenza, la coerenza musicale nonché l’arte di Antonio Janigro, col quale mi sono perfezionata. Il maestro non ha soltanto sviluppato le mie qualità musicali, ma ha lasciato in me anche un’impronta significativa a livello umano».

Lei è stata la protagonista di svariate prime esecuzioni: Campogrande, Clementi, Dall’Ongaro, Maxwell Davies, Sollima, D’Amico. Com’è lavorare con questi maestri sull’oggi?
S. C. «Credo sia una fortuna poter incontrare il compositore del quale si eseguirà un lavoro. L’approccio non è sempre facile, ma trovo assolutamente importante che un interprete si consideri veicolo di diffusione dell’arte del proprio tempo. Non trovo corretto etichettare la musica contemporanea come
difficile all’ascolto: forse sta a noi musicisti promuovere quella che riteniamo più comunicativa. Assieme a Maurizio, abbiamo avuto la dedica della Suite d’après cinq chansons d’élite di Azio Corghi che abbiamo inciso ed eseguito in prima assoluta nella stagione Mico della Fondazione Musica Insieme
di Bologna, ed “esportato” in Francia, Slovenia, Scozia, Islanda, Israele. In ambito solistico, ho avuto la dedica del Filo di Teseo per violoncello e orchestra di Matteo D’Amico, che recentemente ho
eseguito con l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano».
E poi Maurizio fa anche il direttore artistico: nella sua Toscana ha creato “Dionisus”…
M. B. «Il quadro ambientale della Toscana meno visitata dal turismo di massa – l’Alta Maremma, più precisamente la zona di Poggi del Sasso, Cinigiano, in provincia di Grosseto – è stato per me, pisano doc, un input decisivo. Il Dionisus, una sorta di “Maurizio Baglini & friends”, si svolge nell’ultima settimana d’agosto e propone un repertorio cameristico poliedrico e spesso inconsueto: apro gli orizzonti anche a presenze teatrali, cinematografiche e a progetti multimediali.
L’atmosfera poi è di assoluto relax: facciamo musica per il puro piacere e non disdegniamo, fra una prova e l’altra, un buon bicchiere di vino. Non a caso il mio compagno d’avventura – Stefan Giesen, fondatore dell’Amiata Piano Festival – è avvocato, enologo e pianista per passione: ecco perché i concerti si svolgono nella splendida Cantina di Collemassari».

Parliamo di questo Saint-Saëns: piuttosto diverso da quello noto del Primo concerto per violoncello e orchestra, che per altro Silvia ha suonato in un’occasione di gran prestigio.
S. C. «Ho avuto il privilegio di suonare il celebre lavoro in una tournée americana con la Royal Philharmonic Orchestra diretta da Daniele Gatti: esperienza professionale di altissimo livello
che ricordo con particolare piacere. La cameristica di questo autore, invece, è spesso dimenticata. Trovo sia un compositore interessante, con aspetti virtuosistici stimolanti e una cantabilità fluida e particolarmente emozionante».


Com’è la scrittura pianistica?
M. B. «È talmente densa e presente da richiedere all’esecutore una sensibilità particolare nell’esaltare la parte violoncellistica anziché soffocarla».


Che tipo di colloquio si crea fra i due strumenti?
S. C. «Le due Sonate hanno aspetti differenti: la Prima ha una cantabilità più lineare e vicina alle caratteristiche liriche proprie del violoncello; la Seconda, più impegnativa, ha aspetti virtuosistici che sono in continua competizione con la scrittura pianistica».


Quale qualità ritenete indispensabile per esaltare la cifra poetica di questi lavori?
S. C. «La consapevolezza del fatto che Saint-Saëns potrebbe risultare superficiale nei contenuti “drammaturgici”. Credo invece che se ne debbano esaltare la sincerità e la genuinità».
M. B. «Un virtuosismo “del colore” e una capacità di intrattenere il pubblico senza volerlo indottrinare».


Cosa vi sorprende tutte le volte che affrontate queste composizioni?
S. C. «La sensazione di freschezza che provo ogni volta che eseguo questo autore e il desiderio di estremizzare qualità timbriche e dinamiche durante il concerto, sempre cosciente – o speranzosa!
– del fatto che Maurizio possa seguirmi e gradire queste mie scelte».
M. B. «Direi che ci sorprende sempre la reazione particolarmente calorosa del pubblico che scopre con piacere queste pagine. Piuttosto sono io che non devo farmi sorprendere dai trabocchetti tecnici che Saint-Saëns amava tanto offrire ai pianisti».

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